Nelle puntate precedenti vi ho parlato di due ostacoli alla motivazione che sono la perdita di valore e l’assenza di autoefficacia.

Un altro aspetto importantissimo sono le emozioni.

Quando un lavoratore è consumato da emozioni negative come ansia, rabbia o paura, non è motivato ​​a svolgere un compito.

Come aiutare un dipendente a uscire da questa situazione? Il colloquio individuale è certamente il setting più adeguato a sviscerare tutte le questioni irrisolte.

Cerca di avere un atteggiamento accogliente e impegnati in un ascolto attivo, senza essere giudicante. In questa fase non devi essere né d’accordo né in disaccordo: devi solo ascoltare e restituire ciò che ti dice il collaboratore chiedendo conferma (“Mi hai detto questo e questo, ho capito bene?”).

Se il collaboratore risponde di no, chiedi scusa e chiedi di rispiegarti la situazione con parole diverse.

Quando le persone sentono di essere ascoltate e capite, immediatamente il livello di rabbia o di ansia cala notevolmente.

A questo punto può essere utile riprogrammare un incontro successivo per riparlare della questione: questo di solito favorisce un maggiore controllo emotivo.

Tenete presente che la rabbia è la convinzione che qualcuno o qualcosa di esterno ha causato o causerà un danno. Se il collaboratore è arrabbiato, puoi chiedergli di cercare di riformulare la sua convinzione sull’esterno come il risultato di qualcosa di involontario, non intenzionale. Aiutalo a sforzarsi di trovare il modo per evitare la minaccia piuttosto che recriminare su di essa!

La demotivazione può derivare talvolta dalla convinzione di essere inadeguato al compito. In questi casi, spesso aiuta suggerire al collaboratore di non essere “sbagliato” o “inadeguato”, ma che si è semplicemente adottata una strategia poco efficace: basterà cambiarla per ottenere risultati diversi!

Condividi