Un collaboratore demotivato può sabotare inconsapevolmente il lavoro proprio e della squadra. La volta scorsa vi ho parlato di quanto sia importante collegare il compito al valore profondo che esso può avere per chi lo deve svolgere. Ma se il collaboratore pensa di non farcela?

Allora si tratta di mancanza di autoefficacia. Di questo abbiamo già parlato anche in un intervento precedente e la cosa evidente è che quando il lavoratore ritiene di non avere la capacità di svolgere un compito, non sarà neppure motivato ​​a farlo.

Per aiutare il dipendente ad uscire da questa trappola, bisogna aiutarlo a costruire un senso di fiducia e di competenza. Questo può essere fatto in diversi modi:

  1. Uno è richiamare alla memoria i tempi passati in cui ha superato sfide simili
  2. Un altro è quello di condividere esempi di altri come lui che hanno superato le stesse sfide in un modo che anche il collaboratore può replicare

Il senso di autoefficacia va costruito con sfide progressivamente più difficili e suddividendo il compito attuale in blocchi più gestibili. Spesso, il dipendente che ha bassa autoefficacia è convinto che il compito richiederà molto più tempo ed energia di quanto possa permettersi. In questo caso, meglio rassicurarlo: “Hai la capacità di riuscire, ma potresti aver valutato male lo sforzo richiesto: maggiori sforzi produrranno sicuramente il risultato desiderato!”

Il problema opposto e forse più grave è quando il collaboratore si sente troppo qualificato per il compito assegnato.

Le persone troppo sicure spesso commettono errori, anche se sono certe di sapere cosa stanno facendo. Quando sbagliano, insistono sul fatto che sono i criteri di giudizio che sono sbagliati, quindi non si assumono mai la responsabilità dei propri errori.

In questo caso, mettere in discussione le competenze del collaboratore sarebbe controproducente. Meglio, piuttosto, dimostrargli che ha capito male i requisiti del compito e convincerlo ad avere un approccio diverso.

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