Vi riproponiamo l’intervento fatto da Antonio Sanna, Managing Partner di MindOn, al Milano Digital Week del 2019.

Lo scopo è immaginarsi di essere nel futuro – il 2029 – e di raccontare quali siano state le competenze chiave del decennio precedente nel mondo del lavoro.

Per il dott. Sanna la competenza chiave del futuro è la CURIOSITÀ.

L’impulso a cercare nuove informazioni ed esperienze ed esplorare nuove possibilità è un attributo umano fondamentale, tanto che sia la mitologia che la Bibbia vedono nella curiosità un elemento spesso stigmatizzato in quanto attraverso di essa gli uomini cercano di superare i propri limiti ed avvicinarsi agli dei. Vedi la curiosità di Eva per la mela o la curiosità di aprire il vaso di Pandora nel mito.

Proprio perché si tratta di un tratto fondamentale della personalità umana, spesso misurata anche nei test sulle competenze (tra i Big Five troviamo anche l’apertura all’esperienza che altro non è se non la curiosità espressa con parole diverse), non è un caso che su questo tema si dibatta ormai da anni: era il 2019 quando iniziai ad interessarmi a questo tema.

La maggior parte delle scoperte rivoluzionarie e delle invenzioni straordinarie della storia (dall’uso della pietra focaia per accendere il fuoco alle auto a guida autonoma) ha qualcosa in comune: è il frutto della curiosità umana.

Gli ultimi dieci anni hanno dimostrato che la curiosità nel business ha tre aspetti chiave.

Innanzitutto, la curiosità è molto più importante per le prestazioni di un’impresa di quanto si pensasse in precedenza. Questo perché coltivarla a tutti i livelli aiuta i dirigenti e i loro dipendenti ad adattarsi alle condizioni di mercato incerte e alle pressioni esterne: quando la nostra curiosità si innesca, pensiamo più profondamente e razionalmente alle decisioni e creiamo soluzioni più creative. E già questo basterebbe per dire che la curiosità continuerà ad essere fondamentale anche nei prossimi anni.

In secondo luogo, apportando piccole modifiche al design delle loro organizzazioni e ai modi in cui gestiscono i loro dipendenti, i leader possono incoraggiare la curiosità e migliorare le loro aziende. Questo è vero in ogni settore, sia per il lavoro creativo che per quello di routine.

Terzo, anche se i leader potrebbero dire che fanno tesoro di menti curiose, di fatto soffocano la curiosità, temendo che aumenti il ​​rischio e l’inefficienza. In un sondaggio condotto nel 2019 su oltre 3.000 dipendenti di una vasta gamma di aziende e industrie, solo il 24% riferiva di sentirsi curioso nei propri lavori su base regolare e circa il 70% dichiarava di dover affrontare ostacoli al porre domande sul posto di lavoro. Questa barriera alla curiosità nei fatti, più che nelle dichiarazioni di intenti. è molto pericolosa perché rischia di bloccare le organizzazioni nello status quo impedendone l’evoluzione e l’esistenza stessa nel medio-lungo periodo.

Ma per fortuna le cose sono andate diversamente e la curiosità ha preso il sopravvento in tante organizzazioni.

Quali sono i vantaggi tangibili della curiosità nelle organizzazioni?

Vediamone alcuni.

Prima di tutto, la curiosità permette di fare meno errori decisionali. Uno dei pericoli più grandi in questo senso è il confirmation bias, cioè la tendenza a non cercare informazioni alternative per paura di smentire le proprie convinzioni, oppure il ragionamento per stereotipi. Essere curiosi ci porta a voler conoscere persone e cose al di là delle apparenze.

La curiosità porta innovazione e cambiamenti positivi in tutti i ​​lavori creativi e non creativi. Quando siamo curiosi, consideriamo le situazioni difficili in modo più creativo. Gli studi hanno scoperto che la curiosità è associata a reazioni meno difensive allo stress e reazioni meno aggressive alla provocazione. Molti studi su centinaia di lavoratori dipendenti e non dipendenti hanno tutti dimostrato in vario modo che la naturale curiosità è associata a una migliore prestazione lavorativa.

La curiosità riduce il conflitto di gruppo, favorisce una comunicazione più aperta e migliora le prestazioni di squadra. Ulteriori ricerche hanno dimostrato che la curiosità incoraggia i membri di un gruppo a mettersi nei panni degli altri e ad interessarsi alle idee degli altri piuttosto che concentrarsi solo sulla propria prospettiva. Ciò li induce a lavorare insieme in modo più efficace e agevole: i conflitti sono meno accesi e i gruppi ottengono risultati migliori.

Ma il rischio di soffocare la curiosità è sempre dietro l’angolo…

Nonostante i ben noti vantaggi della curiosità, le organizzazioni rischiano talvolta di scoraggiarla. Questo non perché i leader non vedono il suo valore, ma perché sono presi da altre urgenze che tendono a mettere l’approfondimento in secondo piano, oppure per paura: i leader spesso pensano che lasciare che i dipendenti seguano la propria curiosità possa portare a situazioni poco gestibili. È comprensibile: l’esplorazione spesso implica mettere in discussione lo status quo e non sempre produce informazioni utili nell’immediato. Ma significa anche non accontentarsi della prima soluzione possibile, e quindi spesso produce risultati migliori nel medio-lungo periodo.

Un altro motivo per scoraggiare la curiosità è la fretta e la ricerca del risultato immediato, ossia dell’efficienza a discapito dell’esplorazione creativa. Ma la storia recente dimostra che le aziende che puntano solo sull’efficienza senza dedicare tempo all’esplorazione di nuove strade rischiano di perdere ingenti fette di mercato fino a scomparire in tempi rapidi: qualcuno si ricorda ancora di Blockbuster, Kodak, Commodore 64…?

Una strategia possibile

Se è vero quindi che la curiosità conta, quali strategie può adottare il leader per favorire lo sviluppo della curiosità nella propria organizzazione? Ve ne indico due.

Dare l’esempio

Il primo modo è quello di dare l’esempio: se il leader stesso dimostra curiosità, i follower sono portati ad imitarlo. Talvolta, infatti, non facciamo domande perché abbiamo paura di essere giudicati incompetenti, di non essere all’altezza del compito: fondamentalmente perché non vogliamo mostrare la nostra fragilità. Inoltre, quando le persone salgono la scala organizzativa, pensano di avere meno da imparare: i leader tendono anche a credere che dovrebbero parlare e fornire risposte, non fare domande.

Ma queste paure e convinzioni sono fuori luogo. Come mostrano ricerche recenti, quando dimostriamo curiosità verso gli altri facendo domande, le persone ci considerano più competenti e l’accresciuta fiducia rende le nostre relazioni più interessanti e intime. Facendo domande, promuoviamo connessioni più significative e risultati più creativi!

Allenarsi a fare domande

Ammiro i bambini perché non hanno mai paura di fare domande e non si preoccupano se gli altri credono che dovrebbero già conoscere le risposte: anzi, le risposte non bastano mai. Quando siamo adulti, spesso perdiamo questa curiosità e la creatività che ne deriva.

Il leader deve aiutare i follower a fare domande e favorirle.

Una delle domande che come coach mi capita di fare ad un cliente che ha già elaborato una serie di opzioni o di soluzioni è: “E oltre a questo?”. È una domanda potente, che permette di esplorare in profondità tutte le soluzioni possibili, anche le più impensate!

Concludo questo intervento parafrasando Stive Jobs:

Siate curiosi!

Condividi