Ti sei mai trovato ad una riunione e non hai avuto il coraggio o la voglia di esprimere una tua opinione contrastante rispetto a quella del capo? Si tratta di un fenomeno molto più comune di quanto tu possa pensare che ha un nome ben preciso: groupthink. Questo fenomeno si verifica tutte le volte che in un team tutti cominciano a pensarla nello stesso modo e nessuno si dice in disaccordo o si arrischia ad esprimere una posizione critica rispetto a quella prevalente, che spesso coincide con quella del capo. I rischi del groupthink sono altissimi, perché in questo modo il team non riesce a sviluppare al suo interno gli anticorpi contro il pensiero unico, limitando sia la creatività sia la capacità di evitare gli errori.

Il groupthink si può verificare nel caso in cui il leader sia particolarmente carismatico e di successo. Il retropensiero del follower in questi casi è: “Chi sono io per mettere in discussione il capo? Se lui è lì è per le sue capacità!” Un leader davvero di successo in questo caso potrebbe pensare di incaricare qualcuno del suo staff, magari a turno, di fargli da “avvocato del diavolo”, così da garantire al gruppo la possibilità di discutere ogni decisione chiave in modo aperto e sincero.

Il groupthink si può verificare anche se il capo o peggio ancora la cultura aziendale punisce in qualche modo il dissenso. Spesso la responsabilità di questa situazione è condivisa, perché se da un lato abbiamo magari un leader narcisista che fa di tutto per affermare il proprio ego, dall’altro abbiamo follower dalla scarsa spina dorsale che si allineano alla posizione del capo solo per vivere di luce riflessa e magari fare carriera.

Questa è sicuramente la situazione peggiore, perché senza un serio lavoro di cambiamento della cultura aziendale e un rimodellamento del concetto di leadership e followership all’interno del team, il rischio è quello di impedire la discussione aperta e la condivisione completa delle informazioni, che sono indispensabili per prendere decisioni ponderate.

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