L’autoefficacia è uno stato psicofisico che si attiva tutte le volte che sentiamo, sia a livello mentale che corporeo, di essere capaci di padroneggiare una certa situazione, il che si traduce in un atteggiamento aperto, fiducioso e centrato sull’obiettivo. Il senso di autoefficacia corrisponde alle convinzioni circa le proprie capacità di organizzare ed eseguire le sequenze di azioni necessarie a produrre determinati risultati, e in quanto tale è molto importante per il leader che deve guidare il proprio team verso il risultato.

Specifichiamo anche che l’autoefficacia è una cosa diversa rispetto all’autostima, perché mentre quest’ultima riguarda giudizi di valore sulla persona, la prima riguarda la capacità di agire in modo efficace in un campo specifico. Se è vero che tendenzialmente il lavoro che facciamo sull’autoefficacia aiuta anche l’autostima come effetto secondario, è anche vero che non necessariamente autostima ed autoefficacia convivono nella stessa persona: se sei un leader molto esigente con te stesso, sai bene che il fatto di saper fare bene il tuo lavoro non necessariamente incide sul tuo grado di autostima.

I leader con alta autoefficacia specifica affrontano le difficoltà come sfide, si danno obiettivi stimolanti, sono aperti al cambiamento e sono propensi a prendersi responsabilità. I leader con bassa autoefficacia, al contrario, hanno paura di sbagliare, sono statici ed evitano gli impegni che considerano troppo gravosi. Chiaro quindi che per le organizzazioni è importante sviluppare l’autoefficacia dei propri leader e in genere dei propri collaboratori.

Albert Bandura, famoso psicologo della self-efficacy, ha individuato quattro fonti principali dell’autoefficacia, che generalmente alleniamo nei percorsi di sviluppo in azienda con manager e collaboratori.

La prima fonte è rappresentata dall’esperienza diretta. Chiaramente si tratta della fonte primaria e più potente: richiamare alla mente tutte le circostanze passate in cui hai agito con efficacia è il primo modo per dirsi: “Se sono stato capace allora, lo sarò anche questa volta raccogliendo tutte le mie risorse più profonde”.

Non sempre, però, l’esperienza diretta ci è d’aiuto, soprattutto quando vogliamo o dobbiamo imparare qualcosa di nuovo che non abbiamo mai fatto. In questo secondo caso, ci viene in soccorso l’esperienza altrui, che è la seconda fonte dell’autoefficacia: apprendi come fare prendendo spunto dall’esempio di chi l’ha già fatto!

La terza fonte dell’autoefficacia è rappresentata dalla forza del linguaggio, inteso in due modi diversi: da una parte le parole di chi ci conosce e ci dimostra di apprezzare il nostro agire (colleghi, collaboratori, clienti), dall’altro il dialogo interiore improntato non all’autocritica, ma alla valorizzazione di ciò che sappiamo fare meglio.

La quarta ed ultima fonte dell’autoefficacia è rappresentata dagli stato fisiologici ed emotivi, che sono importanti attivatori della self-efficacy. Su questo fronte possiamo lavorare in due modi: da un lato dando un’interpretazione positiva dell’attivazione emozionale che il compito comporta, dall’altro applicando tecniche di rilassamento laddove l’eccesso di attivazione rappresenta un ostacolo all’azione.

Condividi